
Il 25 Novembre si è tenuta la Giornata Internazionale Contro la Violenza sulle Donne. In molte città italiane ci sono state manifestazioni ed iniziative per denunciare e fermare questo fenomeno che negli ultimi anni ha subito un forte aumento.
I dati Istat raccolti in collaborazione con i Centri antiviolenza e con il Dipartimento per le Pari opportunità, le regioni e il Consiglio nazionale della ricerca, mostrano numeri preoccupanti: le donne che si sono rivolte ai Centri antiviolenza nel 2017 sono 49.152, di queste 29.227 hanno iniziato un percorso di uscita dalla violenza. Il 26,9% delle donne che si rivolgono ai centri sono straniere e il 63,7% ha figli, minorenni in più del 70% dei casi. Infine, le vittime di femminicidio in Italia sono quasi una ogni tre giorni.
Questi sono i numeri di chi esce allo scoperto per propria scelta o purtroppo per ragioni di cronaca, ma quante sono le vittime che non denunciano e che continuano a vivere in una relazione di abuso, magari perché sono innamorate del proprio carnefice (o credono di esserlo)? Come si può amare qualcuno che ci ferisce così tanto?
L’amore non è qualcosa che scompare da un giorno all’altro. È una connessione e un attaccamento emotivo che si crea nei confronti di un’altra persona giorno dopo giorno. L’amore si costruisce con molti investimenti di tempo, energia e fiducia. Non è facile lasciare andare una vita costruita con qualcuno, anche se si dimostra violento nei nostri confronti.
Quali sono i motivi che ci fanno rimanere lì?

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1. Ricordare i “bei tempi”
L’abuso tipicamente non avviene immediatamente in una relazione ma tende a peggiorare nel tempo, quando il partner violento diventa più controllante. La vittima potrebbe quindi vivere nel ricordo della relazione ai suoi esordi, quando il partner era affascinante e premuroso. Si può dare maggior peso alle qualità positive del partner, per esempio potrebbe essere un buon padre o una persona di successo. Non bisogna vergognarsi di essere innamorati di qualcuno per quello che finge di essere o per quello che ci ha fatto credere di essere. Molto spesso dopo che il comportamento offensivo o violento raggiunge un picco, potrebbero esserci periodi di “calma” durante i quali il partner si scusa e promette che l’abuso non si ripeterà mai più. Durante questi periodi più tranquilli potrebbe sembrare che il partner sia tornato ad essere “quello di una volta” – la persona meravigliosa che era all’inizio della relazione. In letteratura ritroviamo, a tal proposito, il Ciclo della Violenza di Lenore Walker (1979), che descrive molto bene ciò che accade durante le varie fasi di questo ciclo. Si può facilmente cadere nell’inganno che se solo si potessero dire o fare le cose giuste, allora la persona abusante non sarebbe così violenta con noi. In realtà non c’è nulla che si possa fare o dire per prevenire l’abuso, perché esso non ha nulla a che fare con noi, ma dipende solo dalle scelte fatte dall’altro. Infatti, i periodi di calma sono spesso solo una tattica che il partner abusivo usa per confondere ulteriormente e controllare il partner.
Ciclo della Violenza di Lenore Walker

2. Cercare di “salvare” il partner
I partner abusivi sono esseri umani molto complessi e spesso sono problematici. Possono avere avuto esperienze traumatiche nel loro passato o vivere ancora in situazioni difficili di varia natura. In queste circostanze è normale per la vittima preoccuparsi per loro, sperare di poterli aiutare o di “aggiustarli”. Purtroppo però, quando siamo in presenza di una malattia mentale, di una dipendenza o di un’infanzia abusiva, solo un esperto può davvero aiutarli e soprattutto queste circostanze non giustificano in nessun modo il comportamento violento dell’abusante.
3. L’amore come tecnica di sopravvivenza
Per molte vittime, i sentimenti di amore per un partner violento possono anche essere una tecnica di sopravvivenza. È molto difficile per una persona non abusiva capire come fa qualcuno che si ama, e che afferma di amarci, a danneggiarci o a maltrattarci. Per far fronte a questa dissonanza, inconsciamente ci si stacca dal dolore o dal terrore e si comincia a vedere le cose dal punto di vista del partner violento. La vittima inizia ad essere d’accordo con chi abusa di lei e alcuni aspetti della sua personalità e della sua prospettiva svaniscono nel tempo (vedi Sindrome di Stoccolma). Questa strategia sebbene consenta alla vittima di “placare” il partner violento evitando le violenze nel breve periodo, a lungo termine è destinata a fallire. Inoltre, la necessità di sopravvivenza può essere aggravata nei casi in cui la vittima dipenda dal proprio partner violento, finanziariamente, fisicamente o in altro modo. Ci s’illude che le promesse fatte dal partner, saranno mantenute in virtù dell’amore che dice di provare nei nostri confronti. E’ importante però sempre considerare in primis la propria sicurezza fisica e mentale e quella, se ci sono, dei propri figli. L’amore è qualcosa di sicuro, solidale, fiducioso e rispettoso e non può macchiarsi di violenza. L’abuso in tal senso non ha a che fare con nessuna di queste cose; si basa invece sul potere e sul controllo dell’altro più debole.
Love addiction – dipendenza affettiva
Nelle relazioni vittima-carnefice spesso alla base del rapporto c’è una forte dipendenza affettiva, di uno o di entrambi i protagonisti. È normale che l’amore preveda, soprattutto nella fase dell’innamoramento, un certo grado di dipendenza dall’altra persona, questo consente ai due individui di formare un insieme che va oltre la somma delle singole parti. Va però distinto un attaccamento sano da una dipendenza problematica, in quanto la seconda impedisce all’individuo il distacco dal partner, negandogli la libertà e l’individualità, incatenandolo al vincolo di coppia, provocandogli solo sofferenza e sfociando, nella cosiddetta Love Addiction o dipendenza affettiva. Questo tipo di legame condivide con gli altri tipi di dipendenze più comuni, come quella da alcool, da droghe, da gioco d’azzardo, etc., la necessità di proteggersi da sentimenti intollerabilmente dolorosi. Una dipendenza porta sempre a conseguenze dannose, spesso ignorate. Solo quando questa diventa ingestibile, le persone fanno qualcosa al riguardo, a volte però è già troppo tardi.
I dipendenti affettivi come abbiamo visto in precedenza trascorrono molto tempo e fanno molti sforzi per “stare” con la persona da cui dipendono. Tendono a sopravvalutare la persona amata e allo stesso tempo si svalutano, l’attenzione rivolta al partner è spesso di tipo ossessivo. Questo comportamento si traduce in una mancanza di cura di se stessi che si manifesta in modi diversi, per esempio con l’abbandono di aspetti importanti della propria vita e del proprio benessere allo scopo di rimanere in contatto il più possibile con l’oggetto d’amore. La fantasia principale di un dipendente affettivo è l’attesa che qualcun altro possa risolvere i suoi problemi, offrire sempre un atteggiamento positivo incondizionato e prendersi cura di lui. Quando questo bisogno irrealistico non è soddisfatto, i dipendenti possono sentirsi risentiti e creare conflitti nelle loro relazioni con gli altri.
All’origine di una dipendenza affettiva spesso c’è una storia passata di abbandono da parte delle principali figure di attaccamento. Gli adulti sono generalmente identificati come bambini i cui bisogni di amore, riconoscimento e connessione con uno o entrambi i genitori non sono stati soddisfatti. Ciò influenza drammaticamente la loro autostima nella vita adulta. Ne consegue una consapevole paura dell’abbandono e una sottostante paura subconscia d’intimità.
Per concludere: come si esce da questa trappola affettiva?

Come con qualsiasi dipendenza, il trattamento della dipendenza affettiva è un processo di scoperta e di rafforzamento del proprio sé. Richiede l’adozione di misure specifiche come: superare la negazione e riconoscere la dipendenza, comprenderne a pieno le conseguenze dannose e intervenire per fermare il verificarsi del ciclo di dipendenza. In definitiva, i dipendenti devono entrare in un processo di lutto per affrontare il dolore emotivo che è alla base della loro dipendenza. Una terapia individuale può aiutare chi soffre di dipendenza affettiva a liberarsi dei legami negativi del presente, attraverso: il parlare delle loro esperienze infantili di abbandono, il prendere coscienza dei sentimenti di dolore, paura, rabbia e vuoto che possono emergere lungo il percorso terapeutico e l’imparare a gestirli, ma soprattutto liberandosi delle vecchie emozioni che alimentano i comportamenti negativi di acting-out.



Lo scorso 8 Novembre a Genova c’è stato il più grande sequestro di sostanze stupefacenti degli ultimi 20 anni – 270 kg di eroina. I dati del SSN ci dicono che in tutta Italia, negli ultimi 5 anni, il numero dei minori in carico ai Servizi Sanitari per abuso di sostanze è raddoppiato. Premesso che la sperimentazione del nuovo, l’attrazione per il proibito, il brivido per il rischio sono tutti sentimenti che sono propri dell’essere adolescenti, ci chiediamo come mai sempre più adolescenti fanno uso di sostanze e molti di loro arrivano a perdersi senza riuscire a chiedere aiuto.
Per un giovane quello che dice o fa il gruppo è legge, soprattutto nell’adolescenza precoce (11-13 anni).


Un’ampia letteratura (tra cui alcuni studi condotti sui superstiti all’attacco terroristico delle Torri Gemelle del 2001 e ai terremoti in Molise del 2002 e in Abbruzzo del 2009) ci conferma che quasi la metà dei soggetti che vivono un evento catastrofico sviluppa un PTSD; ovviamente è importante tenere sempre in considerazione le differenti modalità individuali di risposta al trauma, e il fatto che ogni reazione soggettiva deve essere analizzata anche in termini oggettivi sulla base delle caratteristiche del trauma stesso, quali ad esempio l’imprevedibilità e l’intensità. Dal punto di vista psicologico i soggetti più a rischio sono i bambini e gli anziani. Nel caso dei minori per esempio è fondamentale avviare un percorso terapeutico che coinvolga genitori e insegnanti in modo da creare una “rete sicura” intorno a loro.