LOVE ADDICTION: quando l’amore fa male!

Lascia un commento
Senza categoria

Il 25 Novembre si è tenuta la Giornata Internazionale Contro la Violenza sulle Donne. In molte città italiane ci sono state manifestazioni ed iniziative per denunciare e fermare questo fenomeno che negli ultimi anni ha subito un forte aumento. 

I dati Istat raccolti in collaborazione con i Centri antiviolenza e con il Dipartimento per le Pari opportunità, le regioni e il Consiglio nazionale della ricerca, mostrano numeri preoccupanti: le donne che si sono rivolte ai Centri antiviolenza nel 2017 sono 49.152, di queste 29.227 hanno iniziato un percorso di uscita dalla violenza.  Il 26,9% delle donne che si rivolgono ai centri sono straniere e il 63,7% ha figli, minorenni in più del 70% dei casi. Infine, le vittime di femminicidio in Italia sono quasi una ogni tre giorni.

Questi sono i numeri di chi esce allo scoperto per propria scelta o purtroppo per ragioni di cronaca, ma quante sono le vittime che non denunciano e che continuano a vivere in una relazione di abuso, magari perché sono innamorate del proprio carnefice (o credono di esserlo)? Come si può amare qualcuno che ci ferisce così tanto?

L’amore non è qualcosa che scompare da un giorno all’altro. È una connessione e un attaccamento emotivo che si crea nei confronti di un’altra persona giorno dopo giorno. L’amore si costruisce con molti investimenti di tempo, energia e fiducia. Non è facile lasciare andare una vita costruita con qualcuno, anche se si dimostra violento nei nostri confronti.

Quali sono i motivi che ci fanno rimanere lì? 

john-salvino-417565-unsplash

Photo by John Salvino on Unsplash

1. Ricordare i “bei tempi”

L’abuso tipicamente non avviene immediatamente in una relazione ma tende a peggiorare nel tempo, quando il partner violento diventa più controllante. La vittima potrebbe quindi vivere nel ricordo della relazione ai suoi esordi, quando il partner era affascinante e premuroso. Si può dare maggior peso alle qualità positive del partner, per esempio potrebbe essere un buon padre o una persona di successo. Non bisogna vergognarsi di essere innamorati di qualcuno per quello che finge di essere o per quello che ci ha fatto credere di essere. Molto spesso dopo che il comportamento offensivo o violento raggiunge un picco, potrebbero esserci periodi di “calma” durante i quali il partner si scusa e promette che l’abuso non si ripeterà mai più. Durante questi periodi più tranquilli potrebbe sembrare che il partner sia tornato ad essere “quello di una volta” – la persona meravigliosa che era all’inizio della relazione. In letteratura ritroviamo, a tal proposito, il Ciclo della Violenza di Lenore Walker (1979), che descrive molto bene ciò che accade durante le varie fasi di questo ciclo. Si può facilmente cadere nell’inganno che se solo si potessero dire o fare le cose giuste, allora la persona abusante non sarebbe così violenta con noi. In realtà non c’è nulla che si possa fare o dire per prevenire l’abuso, perché esso non ha nulla a che fare con noi, ma dipende solo dalle scelte fatte dall’altro. Infatti, i periodi di calma sono spesso solo una tattica che il partner abusivo usa per confondere ulteriormente e controllare il partner. 

Ciclo della Violenza di Lenore Walker 
3 fasi: Teorizzato dal Lenore Walker.

2. Cercare di “salvare” il partner

I partner abusivi sono esseri umani molto complessi e spesso sono problematici. Possono avere avuto esperienze traumatiche nel loro passato o vivere ancora in situazioni difficili di varia natura. In queste circostanze è normale per la vittima preoccuparsi per loro, sperare di poterli aiutare o di “aggiustarli”. Purtroppo però, quando siamo in presenza di una malattia mentale, di una dipendenza o di un’infanzia abusiva, solo un esperto può davvero aiutarli e soprattutto queste circostanze non giustificano in nessun modo il comportamento violento dell’abusante. 

3. L’amore come tecnica di sopravvivenza  

Per molte vittime, i sentimenti di amore per un partner violento possono anche essere una tecnica di sopravvivenza. È molto difficile per una persona non abusiva capire come fa qualcuno che si ama, e che afferma di amarci, a danneggiarci o a maltrattarci. Per far fronte a questa dissonanza, inconsciamente ci si stacca dal dolore o dal terrore e si comincia a vedere le cose dal punto di vista del partner violento. La vittima inizia ad essere d’accordo con chi abusa di lei e alcuni aspetti della sua personalità e della sua prospettiva svaniscono nel tempo (vedi Sindrome di Stoccolma). Questa strategia sebbene consenta alla vittima di “placare” il partner violento evitando le violenze nel breve periodo, a lungo termine è destinata a fallire. Inoltre, la necessità di sopravvivenza può essere aggravata nei casi in cui la vittima dipenda dal proprio partner violento, finanziariamente, fisicamente o in altro modo. Ci s’illude che le promesse fatte dal partner, saranno mantenute in virtù dell’amore che dice di provare nei nostri confronti. E’ importante però sempre considerare in primis la propria sicurezza fisica e mentale e quella, se ci sono, dei propri figli. L’amore è qualcosa di sicuro, solidale, fiducioso e rispettoso e non può macchiarsi di violenza. L’abuso in tal senso non ha a che fare con nessuna di queste cose; si basa invece sul potere e sul controllo dell’altro più debole.  

Love addiction – dipendenza affettiva

Nelle relazioni vittima-carnefice spesso alla base del rapporto c’è una forte dipendenza affettiva, di uno o di entrambi i protagonisti. È normale che l’amore preveda, soprattutto nella fase dell’innamoramento, un certo grado di dipendenza dall’altra persona, questo consente ai due individui di formare un insieme che va oltre la somma delle singole parti. Va però distinto un attaccamento sano da una dipendenza problematica, in quanto la seconda impedisce all’individuo il distacco dal partner, negandogli la libertà e l’individualità, incatenandolo al vincolo di coppia, provocandogli solo sofferenza e sfociando, nella cosiddetta Love Addiction o dipendenza affettiva. Questo tipo di legame condivide con gli altri tipi di dipendenze più comuni, come quella da alcool, da droghe, da gioco d’azzardo, etc., la necessità di proteggersi da sentimenti intollerabilmente dolorosi. Una dipendenza porta sempre a conseguenze dannose, spesso ignorate. Solo quando questa diventa ingestibile, le persone fanno qualcosa al riguardo, a volte però è già troppo tardi.

I dipendenti affettivi come abbiamo visto in precedenza trascorrono molto tempo e fanno molti sforzi per “stare” con la persona da cui dipendono. Tendono a sopravvalutare la persona amata e allo stesso tempo si svalutano, l’attenzione rivolta al partner è spesso di tipo ossessivo. Questo comportamento si traduce in una mancanza di cura di se stessi che si manifesta in modi diversi, per esempio con l’abbandono di aspetti importanti della propria vita e del proprio benessere allo scopo di rimanere in contatto il più possibile con l’oggetto d’amore. La fantasia principale di un dipendente affettivo è l’attesa che qualcun altro possa risolvere i suoi problemi, offrire sempre un atteggiamento positivo incondizionato e prendersi cura di lui. Quando questo bisogno irrealistico non è soddisfatto, i dipendenti possono sentirsi risentiti e creare conflitti nelle loro relazioni con gli altri.

All’origine di una dipendenza affettiva spesso c’è una storia passata di abbandono da parte delle principali figure di attaccamento. Gli adulti sono generalmente identificati come bambini i cui bisogni di amore, riconoscimento e connessione con uno o entrambi i genitori non sono stati soddisfatti. Ciò influenza drammaticamente la loro autostima nella vita adulta. Ne consegue una consapevole paura dell’abbandono e una sottostante paura subconscia d’intimità.

Per concludere: come si esce da questa trappola affettiva?

Come con qualsiasi dipendenza, il trattamento della dipendenza affettiva è un processo di scoperta e di rafforzamento del proprio sé. Richiede l’adozione di misure specifiche come: superare la negazione e riconoscere la dipendenza, comprenderne a pieno le conseguenze dannose e intervenire per fermare il verificarsi del ciclo di dipendenza. In definitiva, i dipendenti devono entrare in un processo di lutto per affrontare il dolore emotivo che è alla base della loro dipendenza. Una terapia individuale può aiutare chi soffre di dipendenza affettiva a liberarsi dei legami negativi del presente, attraverso: il parlare delle loro esperienze infantili di abbandono, il prendere coscienza dei sentimenti di dolore, paura, rabbia e vuoto che possono emergere lungo il percorso terapeutico e l’imparare a gestirli, ma soprattutto liberandosi delle vecchie emozioni che alimentano i comportamenti negativi di acting-out.

BULLISMO: ALCUNI CONSIGLI PRATICI

Lascia un commento
Senza categoria

bully-free-zone

Il Bullismo in tutte le sue forme continua ad essere un fenomeno molto diffuso nell’ambiente scolastico. Spesso a causa del silenzio e della paura o della tacita approvazione degli altri compagni, si alimenta in una spirale che rende il bullo sempre più forte.

Secondo l’Istat oltre il 50% degli studenti tra gli 11 e i 17 anni ha subito atti offensivi (verbali o fisici) da parte dei compagni; di questi, il 10% confessa che si tratta di atti ripetuti ogni settimana. Inoltre da questi dati risulta che oggi, sono più le ragazze ad essere vittime di bullismo. Ancora più sconcertanti sono i dati forniti dall’associazione Telefono Azzurro: l’81% dei genitori minimizza il problema, il 49% dei professori non sa rendere consapevoli i genitori e il 20% presenta difficoltà nel comprendere la gravità del fenomeno; infine il dato più inquietante riguarda le vittime: il 10% ha pensato almeno una volta al suicidio.

Quindi oltre i ragazzi, spesso anche i genitori e gli insegnanti sembrano non avere gli strumenti necessari per affrontare questi fenomeni.

Quando si tratta di bullismo?

Nonostante “bullismo” sia ormai un termine diffuso, che evoca episodi di aggressività e prevaricazione nell’ambiente scolastico, non è così facile e immediato riconoscerlo. Le sue manifestazioni sono molteplici e cambiano anche in base alla fascia di età di chi compie l’atto e di chi lo subisce.

Di fatto, è possibile ricondurre le forme di bullismo a quattro macro categorie:

  • Diretto: comportamento che utilizza la forza fisica (picchiare, spingere, far cadere…)
  • Verbale: comportamento che utilizza la parola (offese, minacce, prese in giro insistenti…)
  • Indiretto: comportamenti non direttamente rivolti alla vittima, ma che la danneggiano sul piano relazionale; spesso sono poco visibili e portano all’esclusione, all’isolamento della vittima, attraverso la diffusione di pettegolezzi e dicerie, fino all’ostracismo e al rifiuto
  • Cyberbullismo: gli atti di bullismo avvengono prevalentemente in rete (attraverso i social networks, gli sms, Whatsapp, e-mail, chat-line). Si tratta di una modalità che purtroppo è in costante crescita tra i ragazzi.

Inoltre ci sono 3 elementi a cui si deve prestare attenzione e che sono riconducibili ad atti di bullismo a scuola:

  • INTENZIONALITÀ: il comportamento aggressivo è messo in atto volontariamente e consapevolmente
  • SISTEMATICITÀ: il comportamento aggressivo è messo in atto più volte nel tempo
  • ASIMMETRIA DI POTERE: tra le parti coinvolte (il bullo e la vittima) c’è differenza dovuta a forza fisica, all’età o alla numerosità del gruppo; la vittima ha difficoltà a difendersi e sperimenta un forte senso di impotenza, spesso può presentare anche handicap più o meno gravi.
Photo by Séan Gorman on Unsplashsean-gorman-192804-unsplash

Quali sono i “sintomi” del bullismo?

Purtroppo, non esiste un unico ‘segnale’, forte e inequivocabile, che aiuti i genitori a capire immediatamente quando il figlio soffre per atti di bullismo. Possiamo però osservare dei segnali, dei cambiamenti comuni che possono rivelare che nostro figlio ne è vittima:

  • Improvviso calo del rendimento scolastico
  • Scarso interesse verso i propri coetanei
  • Atteggiamento di isolamento
  • Malesseri fisici di varia natura
  • Sonno agitato

A volte, può anche capitare, per esempio, che spariscano dei soldi dal portafoglio del genitore perché il bullo estorce del denaro alla vittima.

Il bambino fragile si chiude anche con i genitori, a casa non parla, magari diventa scontroso. In ogni caso, è importante notare tutti quei segnali di trasformazione che non fanno parte del carattere del figlio e che possono diventare sempre più evidenti col passare del tempo. E’ molto difficile per un ragazzo parlare direttamente a casa degli episodi negativi che vive a scuola poiché ha il timore che la sua percezione di debolezza sia confermata anche dall’adulto. 

Alcuni consigli per i genitori:

  • Condividete le vostre preoccupazioni con la scuola, e chiedete loro di tenere d’occhio vostro figlio, facendo però attenzione ad essere discreti.
  • Segnalate il bullo ad un insegnante o al Dirigente Scolastico.

A prescindere da come deciderete di agire, è consigliabile definire con vostro figlio un piano d’azione comune, condividendo con lui tutte le misure che adotterete per far fronte al bullo e migliorare la situazione.

  • Dite al ragazzo di non reagire: è esattamente quello su cui il bullo conta.
  • Tenete un registro: raccogliete quante più informazioni possibile riguardo a quanto avviene e al bullo, così da poter esaminare al meglio la situazione. Se le molestie avvengono online, raccogliete prove fotografando, stampando e copiando le schermate dei messaggi incriminanti.
  • Cercate aiuto: a volte, oltre a chiedere l’aiuto dei genitori, i ragazzi potrebbero sentire il bisogno di rivolgersi a persone terze. In questi casi, l’aiuto di uno psicologo esperto può essere prezioso. È quindi importante che vostro figlio sappia a chi può chiedere un aiuto.
  • Ampliate il campo di amicizie e interessi di vostro figlio: incoraggiate vostro figlio a sviluppare amicizie al di fuori della sfera scolastica, e a partecipare ad attività che aiutino a rinforzarne l’autostima e la consapevolezza di sé (come ad esempio recitazione, danza, arti marziali, sport di squadra, associazioni giovanili di quartiere).
  • Aiutate vostro figlio a coltivare le proprie competenze affettive e socio-relazionali: aiutatelo, ad esempio, a lavorare sulle sue capacità di reazione e di ripresa, a trarre lezioni dagli ostacoli che incontra nella vita quotidiana, a fronteggiare circostanze sfavorevoli e a sviluppare strategie di risposta efficaci.
  • Allertate la Polizia: se l’aggressione assume caratteristiche più gravi e allarmanti, degenerando ad esempio in episodi di violenza, ricatto o tentata estorsione, o sfociando in episodi di autolesionismo o di tentato suicidio, non esitate a rivolgervi alle autorità locali di Polizia.
  • Partecipate alle attività scolastiche volte a contrastare il bullismo.

Photo by Javier Allegue Barroson Unsplashjavier-allegue-barros-768453-unsplash

Per i genitori dei bulli invece:

Sebbene sia normale che vi possiate sentire delusi e amareggiati nell’apprendere che vostro figlio sia direttamente coinvolto in una situazione di bullismo, provate a mantenere la calma, e prendetevi del tempo per riflettere su come intervenire in modo concreto:

  • Spiegate con tranquillità a vostro figlio che quello che sta facendo è scorretto
  • Cercate di spiegare a vostro figlio che è il suo comportamento, non lui in sé, che va condannato e corretto.
  • Analizzate attentamente la situazione: discutete con vostro figlio dei segnali e delle conseguenze del bullismo e chiedetegli come si sentirebbe se dovesse subire lo stesso trattamento da parte di altri. A volte i ragazzi non si rendono conto che il loro comportamento si connota come bullismo.
  • Spiegate a vostro figlio come pensate di agire, se ad esempio intendete allertare la scuola, e come vi  aspettate che lui si comporti.
  • Assicuratevi che vostro figlio disponga di tempo e di spazi adeguati per ragionare con voi sul proprio comportamento.
  • Cercate l’aiuto di un esperto che possa aiutarvi a comprendere quale disagio si nasconde dietro ai comportamenti aggressivi di vostro figlio.

Per concludere

È importante aiutare l’adolescente a costruire amicizie costruttive e positive monitorando l’utilizzo dei social e del cellulare e a lavorare sulla sua autostima e sulle proprie capacità e sull’affermazione del sé. A scuola è necessario intervenire sul gruppo al fine di incrementare i comportamenti pro-sociali, far comprendere che non esiste un modo di essere corretto ma tanti modi diversi, ognuno con le proprie caratteristiche.
Il sostegno psicologico può essere un grande aiuto per imparare a non essere vittima delle prepotenze, per acquisire maggiore consapevolezza di se stessi e sviluppare adeguate abilità relazionali.
Il primo modo per difendersi dal bullismo psicologico è quindi quello di comprendere che la violenza non è accettabile a prescindere, sotto qualsiasi forma appaia, che non si è sbagliati ma solamente diversi dagli altri, che le caratteristiche personali ci rendono unici e speciali e che ognuno di noi merita il rispetto, ha il dovere di affermare i propri diritti ed è libero di esprimersi.

Infine nei casi di bullismo possiamo dire che molto spesso vittima e carnefice non hanno bisogni molto diversi tra loro, entrambe infatti nascondono dietro queste azioni, personalità fragili che hanno bisogno di un sostegno e un lavoro sulla propria affermazione relazionale e sociale.

Per ulteriori approfondimenti, qui trovate la pagina di Telefono Azzurro dove potete scaricare l’Ebook “A prova di bullo”.

Adolescenza e abuso di sostanze

Lascia un commento
Senza categoria

Schermata 2018-11-10 alle 13.55.45Lo scorso 8 Novembre a Genova c’è stato il più grande sequestro di sostanze stupefacenti degli ultimi 20 anni – 270 kg di eroina. I dati del SSN ci dicono che in tutta Italia, negli ultimi 5 anni, il numero dei minori in carico ai Servizi Sanitari per abuso di sostanze è raddoppiato. Premesso che la sperimentazione del nuovo, l’attrazione per il proibito, il brivido per il rischio sono tutti sentimenti che sono propri dell’essere adolescenti, ci chiediamo come mai sempre più adolescenti fanno uso di sostanze e molti di loro arrivano a perdersi senza riuscire a chiedere aiuto.

Adolescenza: un ponte da attraversare
Il periodo dell’adolescenza è sempre stato un momento particolare del ciclo di vita di ogni individuo, essa si caratterizza per essere la fase di passaggio dall’età infantile a quella adulta. Mentre il bambino desidera che le proprie figure di attaccamento (la madre e il padre) siano il suo punto di riferimento, la “base sicura” da cui muoversi e verso cui tornare in caso di pericolo, nell’adolescente comincia a svilupparsi in modo naturale un desiderio di maggiore autonomia fisica e psicologica dal proprio nucleo familiare. Durante l’adolescenza, infatti, si attiva in modo specifico il sistema esplorativo, che è antagonista rispetto al sistema dell’attaccamento. L’adolescente, sollecitato dai cambiamenti fisiologici e sorretto dalla capacità di pensare in termini astratti e simbolici, esplora non tanto l’ambiente fisico ma soprattutto quello emotivo e delle relazioni. L’ambito di esplorazione include anche la famiglia, anche se rivisitata in termini spesso fortemente critici.

La famiglia dunque non smette di essere parte della sua vita, piuttosto assume significati diversi che a sua volta devono essere interpretati in modo adeguato dalle figure genitoriali. Attraverso un cambiamento relazionale i genitori dovrebbero da un lato assecondare l’esigenza di allontanamento del ragazzo e dall’altro mantenere il ruolo di “base sicura” in caso di necessità. In questa fase di costruzione, l’identità dell’adolescente è molto fragile; il desiderio di emancipazione nei confronti degli adulti spesso porta i ragazzi ad identificarsi maggiormente con modelli negativi piuttosto che con quelli positivi, e a volte queste scelte sbagliate possono condurre a comportamenti devianti come l’abuso di sostanze. Individuare le ragioni affettive che stanno alla base di questi comportamenti è importante per dare risposte più adeguate alle loro esigenze evolutive e per prevenire il passaggio dalla trasgressività alla delinquenza.

Gli adolescenti e i coetanei
Schermata 2018-11-10 alle 13.56.01Per un giovane quello che dice o fa il gruppo è legge, soprattutto nell’adolescenza precoce (11-13 anni).
Ma perché i ragazzi si fidano così tanto dei loro coetanei e ne ricercano l’approvazione e la vicinanza?
I bisogni di attaccamento sono trasferiti dai genitori ai coetanei, con caratteristiche di dipendenza che possono sembrare inadeguate ma che preludono al passaggio da un rapporto gerarchico, quello tra genitori e figli, ad un rapporto invece reciproco, tipico delle relazioni tra adulti.

Le amicizie e le prime relazioni sentimentali, servono a sperimentare questo tipo di attaccamento reciproco nel quale “Io sono fonte di conforto e di sicurezza per te, e tu lo sei per me”.
L’anticipazione di queste fasi, per esempio attraverso una relazione sentimental-sessuale in un’età fisiologicamente precoce, come purtroppo accade sempre più spesso ai giorni nostri, determina un fallimento della sperimentazione del rapporto di reciprocità. L’altro scelto per svolgere questa importante funzione non ne è capace poiché è altrettanto immaturo. Questo fallimento può provocare danni a livello affettivo e relazionale che possono minare il corretto sviluppo psicologico dell’adolescente, portandolo a sentirsi inadeguato e a sviluppare sentimenti negativi, una svalutazione di sé che spesso lo porta a mettere in atto comportamenti disadattativi e autolesivi.

Ma cosa possiamo fare?
I fatti di cronaca di questi ultimi tempi (vedi il caso di Desirèe Mariottini o quello di Pamela Mastropietro) ci obbligano a cercare delle soluzioni per arginare il problema delle devianze degli adolescenti. Anzitutto come adulti dobbiamo imparare a prenderci cura dei nostri ragazzi. Che siano i nostri figli, nipoti, studenti, amici o semplicemente ragazzi che incrociano la nostra strada, hanno bisogno di noi!
Troppe volte i problemi vengono affrontati solo quando diventano molto gravi, la loro genesi spesso però ha origini lontane. Dobbiamo imparare a riconoscere i piccoli segnali che riceviamo nella quotidianità, per farlo è necessario mettersi in una posizione di ascolto, di attenzione e di osservazione. Troppo spesso i ragazzi sono lasciati soli con i loro dubbi e le loro ansie, e sebbene faccia parte del loro normale sviluppo non ricercare il nostro aiuto, questo non vuol dire che noi non dobbiamo essere osservatori silenziosi, attenti a riconoscere i cambiamenti negativi nel loro comportamento o nella loro personalità, pronti ad aiutarli in caso di bisogno. I campanelli di allarme se ascoltati in tempo possono evitare il peggio.

In conclusione
Ovviamente non è facile essere genitori ed educatori nell’era in cui tutto è a portata di un click. Le nuove tecnologie e soprattutto internet hanno annullato i confini e aperto le esperienze di tutti, ma soprattutto dei più giovani, a possibilità non sempre positive o per lo meno, non sempre adatte a chi ne usufruisce. Inoltre, lo stesso mondo obbliga i giovani adulti a rimanere legati alla loro famiglia d’origine, loro malgrado, ben oltre l’età della maturità a causa delle limitate opportunità lavorative e quindi economiche di cui dispongono, determinando così un forte squilibrio tra quello che si vorrebbe fare e quello che si può realmente fare.
E’ la grande sfida dei nostri tempi, è un compito che non possiamo trascurare, costruire un futuro migliore per le nuove generazioni ed essere per loro l’esempio migliore cui possono guardare con fiducia e speranza.
Schermata 2018-11-10 alle 13.56.26

Da grande voglio fare l’astronauta, anzi no l’architetto, anzi no il dottore, anzi no…

comment 1
Senza categoria

In questa interessante TED Talk del 2015, Emilie Wapnick (Career coach) ci racconta cosa vuol dire essere una persona MULTIPOTENZIALE e quali sono le sue principali capacità: sintesi di idee, apprendimento veloce e adattabilità, e quanto sono importanti oggi per affrontare le dinamiche di un mondo sempre più veloce e perennemente in evoluzione. Buona visione!

(Per avere i sottotitoli in italiano selezionate impostazioni e cambiate la lingua)

Da bambini vi hanno mai fatto la domanda. “Cosa vorresti fare da grande?”, certo magari nessuno dà molto peso a quello che rispondete quando avete solo 4-5 anni, ma quando la stessa domanda vi viene posta quando siete più grandi, quando state costruendo il vostro futuro, beh forse un po’ di ansia nel cosa rispondere vi sarà venuta.

Decidere in maniera univoca e definitiva quale strada intraprendere per la propria realizzazione personale può essere molto frustrante se non sentiamo dentro di noi una “vocazione” ben chiara; possiamo scoraggiarci o addirittura sentirci inadeguati. Ebbene, non dobbiamo!

Le strade da percorrere possono essere tante perché alla fine quello che conta non sarà dove siamo arrivati ma quello che abbiamo imparato durante il percorso.

Non è abbastanza fare dei passi che un giorno ci condurranno alla meta, ogni passo deve essere lui stesso una meta, nello stesso momento in cui ci porta avanti.
(Goethe
)

 

Quando la natura ci mette alla prova

comment 1
Senza categoria

Schermata 2018-11-06 alle 19.36.58
Calamità naturali e disturbo post-traumatico da stress (PTSD)
Come sappiamo nell’ultimo mese l’Italia è stata devastata dal maltempo; 37 sono ad oggi le vittime registrate, di cui 32 solo la scorsa settimana, è un bilancio davvero drammatico, basti pensare che è superiore a quello che di solito si ha in seguito agli uragani nei paesi tropicali. La vita delle persone coinvolte in tali eventi è letteralmente stravolta, immaginate cosa voglia dire perdere i propri cari, la propria casa, i propri beni; vedere in poche ore tutte le certezze spazzate via. Questa situazione di crisi e di sofferenza spesso porta l’individuo a perdere la propria identità e a sviluppare, nei casi in cui lo stress è molto elevato, un Disturbo post-traumatico da stress (Post-traumatic stress disorder – PTSD).

Ma di cosa parliamo nello specifico?
Parliamo di un disturbo che il DSM-5 (Manuale Diagnostico Statistico dei Disturbi Mentali) colloca nel capitolo “Disturbi correlati ad eventi traumatici e stressanti”.

Ecco quali sono i sintomi più frequenti:

  • Sintomi associati all’evento traumatico ad esempio: ricordi, sogni o flashback spiacevoli ricorrenti e involontari;
  • Marcata reattività per esempio: ipervigilanza, problemi di concentrazione, problemi del sonno, reazioni fisiche a fattori scatenanti interni o esterni.
  • Evitamento degli stimoli associati all’evento, come: evitamento o tentativi di evitare ricordi spiacevoli, pensieri o sentimenti strettamente associati all’evento traumatico, oppure evitamento o tentativo di evitare persone, luoghi, conversazioni, attività, oggetti, situazioni che suscitano ricordi spiacevoli, pensieri o sentimenti associati all’evento traumatico.
  • Alterazioni negative di pensieri ed emozioni, ad esempio: incapacità di ricordare qualche aspetto importante dell’evento traumatico, convinzioni o aspettative negative (per es. Io sono cattivo, non ci si può fidare di nessuno, il mondo è assolutamente pericoloso) o anche persistente presenza di sentimenti negativi quali paura, orrore, rabbia, colpa o vergogna.

Schermata 2018-11-06 alle 19.48.20

Perché si possa effettivamente parlare di PTSD è necessario però, che queste alterazioni siano presenti per più di un mese quotidianamente. Il disturbo deve infatti causare nella persona un disagio o una compromissione della vita sociale e lavorativa o di altre aree importanti e tali disagi non devono essere causati da altri fattori come abuso di sostanze, farmaci o malattie fisiche.


Cosa si può fare?
Negli anni diverse terapie psicologiche si sono dimostrate efficaci per trattare questo tipo di disturbo e solo nei casi più gravi si ricorre anche ad una terapia di tipo farmacologico.

Vediamo in breve quali sono i vari approcci e come affrontano il problema.

Psicoterapia Cognitivo-comportamentale focalizzata sul trauma.
Questa terapia utilizza tecniche che aiutano il paziente a familiarizzare con le situazioni temute cercando di modificare gli “errori di ragionamento“ e le convinzioni disfunzionali su di sé, sugli altri e sul mondo. Inoltre vengono insegnate al paziente tecniche di gestione dell’ansia, per esempio, modalità di respirazione e di rilassamento o strategie di distrazione mentale.

Terapia EMDR
L’approccio EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing, in italiano Desensibilizzazione e rielaborazione mediante movimenti oculari) si focalizza sul ricordo delle esperienze traumatiche. Attraverso una rielaborazione e riorganizzazione di questi ricordi nella memoria le esperienze traumatiche perdono la forte carica emotiva disfunzionale.

Terapia Sensomotoria
La Terapia Sensomotoria integra tecniche di psicoterapia psicodinamica e di terapia cognitivo-comportamentale con le neuroscienze. Attraverso la consapevolezza “sul corpo” i pazienti imparano a lavorare all’interno di uno “spazio emotivo sicuro” dove è possibile lavorare mantenendo un equilibrato funzionamento personale. Raggiunto questo obiettivo le memorie traumatiche possono essere rielaborate.

Psicoterapia interpersonale (IPT)
Il trattamento del PTSD con IPT, parte dal presupposto che tra i fattori che influenzano la risposta allo stress, il supporto interpersonale rappresenti un importante elemento di protezione (Teoria dell’Attaccamento e Funzione Riflessiva). Il trattamento si basa sullo sviluppo e sulla ricostruzione di quel senso di sicurezza personale, inteso come risultato del miglioramento dei legami interpersonali e delle loro rappresentazioni.

Per concludere..
Schermata 2018-11-06 alle 19.52.08
Un’ampia letteratura (tra cui alcuni studi condotti sui superstiti all’attacco terroristico delle Torri Gemelle del 2001 e ai terremoti in Molise del 2002 e in Abbruzzo del 2009) ci conferma che quasi la metà dei soggetti che vivono un evento catastrofico sviluppa un PTSD; ovviamente è importante tenere sempre in considerazione le differenti modalità individuali di risposta al trauma, e il fatto che ogni reazione soggettiva deve essere analizzata anche in termini oggettivi sulla base delle caratteristiche del trauma stesso, quali ad esempio l’imprevedibilità e l’intensità. Dal punto di vista psicologico i soggetti più a rischio sono i bambini e gli anziani. Nel caso dei minori per esempio è fondamentale avviare un percorso terapeutico che coinvolga genitori e insegnanti in modo da creare una “rete sicura” intorno a loro.

Esistono, come abbiamo visto, molteplici interventi di cura che possono aiutare le persone che sviluppano questo disturbo, la cosa importante è però quella di individuarne tempestivamente i sintomi in modo da poter ricercare aiuto in breve tempo ed evitare così che le manifestazioni cliniche diventino da acute a croniche. Infine è altrettanto importante che le persone che offrono soccorso in queste situazioni di emergenza, proprio perché sono le prime a entrare in contatto con le vittime, siano preparate ad affrontare e ad accogliere tutte le loro necessità, non solo fisiche ma anche psicologiche, così come devono essere in grado di attivare prontamente la propria resilienza per non subire esse stesse gli effetti dell’evento traumatico che si trovano a gestire.