
Calamità naturali e disturbo post-traumatico da stress (PTSD)
Come sappiamo nell’ultimo mese l’Italia è stata devastata dal maltempo; 37 sono ad oggi le vittime registrate, di cui 32 solo la scorsa settimana, è un bilancio davvero drammatico, basti pensare che è superiore a quello che di solito si ha in seguito agli uragani nei paesi tropicali. La vita delle persone coinvolte in tali eventi è letteralmente stravolta, immaginate cosa voglia dire perdere i propri cari, la propria casa, i propri beni; vedere in poche ore tutte le certezze spazzate via. Questa situazione di crisi e di sofferenza spesso porta l’individuo a perdere la propria identità e a sviluppare, nei casi in cui lo stress è molto elevato, un Disturbo post-traumatico da stress (Post-traumatic stress disorder – PTSD).
Ma di cosa parliamo nello specifico?
Parliamo di un disturbo che il DSM-5 (Manuale Diagnostico Statistico dei Disturbi Mentali) colloca nel capitolo “Disturbi correlati ad eventi traumatici e stressanti”.
Ecco quali sono i sintomi più frequenti:
- Sintomi associati all’evento traumatico ad esempio: ricordi, sogni o flashback spiacevoli ricorrenti e involontari;
- Marcata reattività per esempio: ipervigilanza, problemi di concentrazione, problemi del sonno, reazioni fisiche a fattori scatenanti interni o esterni.
- Evitamento degli stimoli associati all’evento, come: evitamento o tentativi di evitare ricordi spiacevoli, pensieri o sentimenti strettamente associati all’evento traumatico, oppure evitamento o tentativo di evitare persone, luoghi, conversazioni, attività, oggetti, situazioni che suscitano ricordi spiacevoli, pensieri o sentimenti associati all’evento traumatico.
- Alterazioni negative di pensieri ed emozioni, ad esempio: incapacità di ricordare qualche aspetto importante dell’evento traumatico, convinzioni o aspettative negative (per es. Io sono cattivo, non ci si può fidare di nessuno, il mondo è assolutamente pericoloso) o anche persistente presenza di sentimenti negativi quali paura, orrore, rabbia, colpa o vergogna.

Perché si possa effettivamente parlare di PTSD è necessario però, che queste alterazioni siano presenti per più di un mese quotidianamente. Il disturbo deve infatti causare nella persona un disagio o una compromissione della vita sociale e lavorativa o di altre aree importanti e tali disagi non devono essere causati da altri fattori come abuso di sostanze, farmaci o malattie fisiche.
Cosa si può fare?
Negli anni diverse terapie psicologiche si sono dimostrate efficaci per trattare questo tipo di disturbo e solo nei casi più gravi si ricorre anche ad una terapia di tipo farmacologico.
Vediamo in breve quali sono i vari approcci e come affrontano il problema.
Psicoterapia Cognitivo-comportamentale focalizzata sul trauma.
Questa terapia utilizza tecniche che aiutano il paziente a familiarizzare con le situazioni temute cercando di modificare gli “errori di ragionamento“ e le convinzioni disfunzionali su di sé, sugli altri e sul mondo. Inoltre vengono insegnate al paziente tecniche di gestione dell’ansia, per esempio, modalità di respirazione e di rilassamento o strategie di distrazione mentale.
Terapia EMDR
L’approccio EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing, in italiano Desensibilizzazione e rielaborazione mediante movimenti oculari) si focalizza sul ricordo delle esperienze traumatiche. Attraverso una rielaborazione e riorganizzazione di questi ricordi nella memoria le esperienze traumatiche perdono la forte carica emotiva disfunzionale.
Terapia Sensomotoria
La Terapia Sensomotoria integra tecniche di psicoterapia psicodinamica e di terapia cognitivo-comportamentale con le neuroscienze. Attraverso la consapevolezza “sul corpo” i pazienti imparano a lavorare all’interno di uno “spazio emotivo sicuro” dove è possibile lavorare mantenendo un equilibrato funzionamento personale. Raggiunto questo obiettivo le memorie traumatiche possono essere rielaborate.
Psicoterapia interpersonale (IPT)
Il trattamento del PTSD con IPT, parte dal presupposto che tra i fattori che influenzano la risposta allo stress, il supporto interpersonale rappresenti un importante elemento di protezione (Teoria dell’Attaccamento e Funzione Riflessiva). Il trattamento si basa sullo sviluppo e sulla ricostruzione di quel senso di sicurezza personale, inteso come risultato del miglioramento dei legami interpersonali e delle loro rappresentazioni.
Per concludere..
Un’ampia letteratura (tra cui alcuni studi condotti sui superstiti all’attacco terroristico delle Torri Gemelle del 2001 e ai terremoti in Molise del 2002 e in Abbruzzo del 2009) ci conferma che quasi la metà dei soggetti che vivono un evento catastrofico sviluppa un PTSD; ovviamente è importante tenere sempre in considerazione le differenti modalità individuali di risposta al trauma, e il fatto che ogni reazione soggettiva deve essere analizzata anche in termini oggettivi sulla base delle caratteristiche del trauma stesso, quali ad esempio l’imprevedibilità e l’intensità. Dal punto di vista psicologico i soggetti più a rischio sono i bambini e gli anziani. Nel caso dei minori per esempio è fondamentale avviare un percorso terapeutico che coinvolga genitori e insegnanti in modo da creare una “rete sicura” intorno a loro.
Esistono, come abbiamo visto, molteplici interventi di cura che possono aiutare le persone che sviluppano questo disturbo, la cosa importante è però quella di individuarne tempestivamente i sintomi in modo da poter ricercare aiuto in breve tempo ed evitare così che le manifestazioni cliniche diventino da acute a croniche. Infine è altrettanto importante che le persone che offrono soccorso in queste situazioni di emergenza, proprio perché sono le prime a entrare in contatto con le vittime, siano preparate ad affrontare e ad accogliere tutte le loro necessità, non solo fisiche ma anche psicologiche, così come devono essere in grado di attivare prontamente la propria resilienza per non subire esse stesse gli effetti dell’evento traumatico che si trovano a gestire.
Ineccepibile!
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